Giro d’Italia, le 5 tappe più estreme di sempre: quando la corsa sfida i limiti dell’uomo

Cosa lega un corridore ritrovato mezzo assiderato nella neve, un altro capace di pedalare per 430 chilometri sulle strade bianche e un giovane scalatore che stacca Miguel Indurain sotto la pioggia? Sono tutti protagonisti di giornate in cui il Giro d’Italia smette di essere solo una corsa e diventa una prova brutale di sopravvivenza e resistenza.

Quella stessa lotta eterna tra uomo, montagna e meteo si ripete ancora oggi, nell’edizione numero 109. Mentre è ancora vivo il ricordo dell’arrivo sul lungomare di Napoli, il gruppo ha già la testa alle grandi salite: dopo la partenza inedita dalla Bulgaria e le fatiche di Napoli e della Formia‑Blockhaus, la carovana – con fuoriclasse come Vingegaard e Bernal – affronta i 156 km da Chieti a Fermo. Un presente che dialoga con un passato fatto di tappe al limite dell’impossibile.

Bondone 1956: Gaul esce dalla bufera

L’8 giugno 1956 il Giro riparte da Merano sotto una pioggia gelida. In programma ci sono cinque colli, con arrivo sul Monte Bondone, sopra Trento. In gruppo, tra 87 corridori ignari di ciò che li aspetta, c’è un lussemburghese di 23 anni, Charly Gaul, scalatore puro, staccato di 17 minuti dalla maglia rosa.

Sul Bondone la pioggia si trasforma in una tormenta: 40 centimetri di neve, temperatura sotto lo zero, visibilità quasi nulla. I corridori crollano uno dopo l’altro, oltre 44 sono costretti al ritiro per assideramento, qualcuno si rifugia nelle osterie lungo la strada pur di salvarsi dal gelo.

Gaul invece non si ferma. Taglia il traguardo da solo, talmente distrutto che lo devono sollevare di peso dalla bici: le mani sono così irrigidite sul manubrio che gliele staccano a forza. Poi sviene. Gli tagliano la maglia ghiacciata con le forbici e gli servirà un’ora di soccorsi per riprendere piena coscienza e capire dove si trova. Il secondo arriva con quasi 8 minuti di ritardo, Fiorenzo Magni è terzo: corre con una spalla rotta e tiene il manubrio grazie a un laccio stretto tra i denti, un’immagine entrata nella leggenda. Con quella giornata Gaul recupera 24 posizioni e si prende il Giro.

Lucca‑Roma 1914: 430 chilometri di pura fatica

Il Giro del 1914 è considerato la corsa a tappe più dura di sempre: strade sterrate, tappe da quasi 400 chilometri di media, percorse a 23 km/h. Il bilancio è un’autentica ecatombe sportiva: su 81 partenti, solo 8 riuscirono ad arrivare a Milano. Una percentuale di ritiri del 90%.

Il record assoluto lo firma la terza tappa, la Lucca‑Roma: 430,3 chilometri, ancora oggi la frazione più lunga mai disputata al Giro, un primato che resiste da oltre un secolo. La vince un giovanissimo Costante Girardengo in 17 ore, 28 minuti e 55 secondi, addirittura in volata dopo una giornata intera in sella.

In quella stessa tappa nasce anche la fuga solitaria più lunga della storia della corsa rosa: Lauro Bordin sfrutta un passaggio a livello chiuso per evadere dal gruppo e resta da solo al comando per 350 chilometri, prima di essere ripreso a pochi chilometri dall’arrivo, distrutto dopo 14 ore di pedalata.

Cuneo‑Pinerolo 1949: “Un uomo solo al comando”

La diciassettesima tappa del 1949, Cuneo‑Pinerolo, unisce due città separate da 50 chilometri in linea d’aria, ma il percorso è un tour de force attraverso la Francia con cinque grandi passi alpini: Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere. In totale 254 chilometri e oltre 5.000 metri di dislivello.

Fausto Coppi attacca già sul primo colle e non si volta più: 192 chilometri di fuga solitaria, una delle imprese più clamorose della storia del ciclismo. A rendere immortale quella giornata è la radiocronaca di Mario Ferretti, con la frase che tutti conoscono: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco‑celeste, il suo nome è Fausto Coppi.” Gino Bartali chiude a Pinerolo con più di 11 minuti di ritardo.

Nel 2012 la Gazzetta dello Sport chiede a circa cento giornalisti internazionali di eleggere la tappa più bella di sempre del Giro: vince proprio la Cuneo‑Pinerolo del 1949, diventata il simbolo stesso del ciclismo eroico.

Mortirolo e Stelvio 1994: l’esplosione di Pantani

Il Passo del Mortirolo è tra le salite più temute: 12,5 chilometri al 10,5% di pendenza media, con punte oltre il 20%. Il Giro lo scopre nel 1990, ma è nel 1994 che questa montagna entra nella leggenda.

La tappa parte da Merano e arriva ad Aprica, passando prima dal Passo dello Stelvio, poi dal Mortirolo dal versante di Mazzo, il più duro, e infine dall’ascesa verso Aprica. Pioggia, freddo, oltre 5.000 metri di dislivello complessivo: una giornata da selezione naturale.

Su quelle rampe un giovane Marco Pantani cambia la storia: attacca sul Mortirolo e stacca uno dopo l’altro Gianni Bugno, Claudio Chiappucci e Miguel Indurain, salendo a un ritmo mai visto su quella montagna. Ad Aprica arriva con oltre due minuti sui primi inseguitori; Indurain perde più di tre minuti, la maglia rosa Berzin oltre quattro. In una sola tappa Pantani passa dal sesto al secondo posto in classifica generale.

Da quel giorno il Mortirolo diventa salita‑simbolo del Giro e dell’ascesa del Pirata. Oggi, ufficialmente, è riconosciuto anche come “Cima Pantani”.

Gavia 1988: l’inferno bianco

Il 5 giugno 1988 il Giro propone una tappa da Chiesa Valmalenco a Bormio: 120 chilometri che, sulla carta, sembrano gestibili, ma con il passaggio sul Passo del Gavia a 2.621 metri. Le previsioni parlano di possibile neve, ma si decide comunque di correre.

I corridori partono in pantaloncini e maglie a maniche corte. Sul Gavia però la situazione precipita: prima pioggia, poi neve fitta, infine vera e propria tormenta. L’olandese Johan van der Velde attacca senza giacca né guanti, scollina per primo ma va in crisi totale in discesa, affrontandola senza neanche una mantellina. Assiderato, è costretto a fermarsi in un rifugio lungo la strada per provare a scaldarsi prima di ripartire.

Molti corridori arrivano a Bormio in stato di ipotermia, incapaci perfino di scendere dalla bici da soli. L’unica squadra davvero preparata è la 7‑Eleven: il direttore sportivo aveva acquistato passamontagna, guanti impermeabili e giacche termiche da consegnare ai corridori poco prima dello scollinamento. Andy Hampsten li indossa, sopravvive alla discesa e conquista la maglia rosa, diventando il primo non europeo a vincere il Giro d’Italia. Anni dopo, racconterà che servirebbero ore solo per provare a spiegare quanto freddo facesse.

In fondo, il filo rosso che unisce queste cinque tappe è sempre lo stesso: strade, salite e condizioni che trasformano una gara in un duello primordiale tra il corpo umano e tutto il resto. Ed è anche per giornate così che il Giro continua a essere molto più di una semplice corsa a tappe.

Di Marco Franco

Sono un atleta e giornalista sportivo italiano, specializzato in CrossFit e fitness. Da molti anni mi occupo di studiare i metodi di allenamento più moderni, seguire gli eventi sportivi internazionali e condividere consigli sull'allenamento e su uno stile di vita sano.

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