Tania Cagnotto nella Hall of Fame: dai tuffi nelle fontane al sogno di allenare

Un tuffo nella memoria e uno nel futuro. Il giorno dopo il suo 41° compleanno, il 15 maggio, Tania Cagnotto è entrata ufficialmente nella Swimming Hall of Fame, il tempio mondiale degli sport acquatici. È la quarta donna italiana a riuscirci, dopo Novella Calligaris, Martina Grimaldi e Federica Pellegrini, e raggiunge a distanza di 34 anni il padre Giorgio, inserito nel 1992 dopo due argenti e due bronzi olimpici.

Per lei è il sigillo su una carriera fuori dal comune: cinque Olimpiadi, otto Mondiali, 62 medaglie internazionali, di cui due olimpiche, dieci mondiali e 29 europee, con ben 20 ori continentali. Un curriculum che l’ha trasformata in sinonimo stesso di tuffi in Italia, ma che Tania continua a leggere con la naturalezza di chi è cresciuta tra trampolini e piattaforme come se fossero casa.

Dalle fontane di Roma al peluche portafortuna

Il primo tuffo, racconta, non è arrivato da un trampolino ma da una fontana: a tre anni scivola nell’acqua all’Acqua Acetosa, a Roma, mentre prova a prendere i pesci rossi. Il ricordo nitido, però, è un altro: le prime prove nel gruppetto di Bolzano allenato dalla mamma, Carmen Casteiner, cinque volte campionessa italiana dalla piattaforma.

A otto anni vince una gara e in premio riceve un peluche, un cagnolino blu che diventa il suo portafortuna fisso nello zaino. Lo perderà a 14 anni a Sydney, durante le qualificazioni per la sua prima Olimpiade: un piccolo dramma personale che racconta quanto, dietro i risultati, ci sia stata anche la fragilità di un’adolescente catapultata nel grande sport.

Figlia di due campioni, avrebbe potuto vivere i tuffi come un obbligo. Invece no: per lei erano soprattutto un gioco, un’ora di svago con i coetanei. Nessuna pressione, nessun paragone pesante in famiglia, e soprattutto un’attenzione mediatica molto più leggera rispetto a quella che circonda oggi i giovani atleti.

Mamma Tania, tra pressione mediatica e libertà di scelta

La differenza con le nuove generazioni, Tania la vede sulle sue figlie. Maya, otto anni, è cresciuta sentendosi chiedere se avrebbe seguito le orme della mamma, se sarebbe diventata una campionessa di tuffi. Domande insistenti che, ammette, le hanno fatto avvertire la propria ombra come «ingombrante», fino a toglierle la voglia di provarci.

Maya ha scelto così la ginnastica artistica, allenata da Vladimir Barbu, ex compagno di nazionale di Tania. Una disciplina che, volendo, potrebbe anche essere una base per i tuffi, ma che per ora resta la sua strada, senza forzature.

Totalmente diverso l’approccio della piccola Lisa, cinque anni. Lei si tuffa «divertendosi come una matta», senza aver percepito il peso del cognome. Non per caso: Tania ha chiesto espressamente ai suoi allenatori di non parlarle del suo passato agonistico. Se un giorno vorrà scegliere i tuffi, dovrà essere una decisione solo sua.

L’addio al papà-allenatore e la rinascita fino a Rio

La carriera di Cagnotto è anche la storia di un rapporto padre-figlia vissuto a bordo vasca. Dopo le Olimpiadi di Londra 2012, chiuse con due quarti posti brucianti e il morale a pezzi, Tania decide di non farsi più allenare da papà Giorgio.

Non è una rottura, ma un gesto che lei definisce un atto d’amore reciproco. Non cercava un tecnico più bravo – «lui era il meglio» – ma voleva alleggerirlo da una responsabilità diventata troppo pesante. A farle più male, racconta, non furono tanto le sue delusioni quanto la sofferenza letta negli occhi del padre.

Chiede aiuto a Oscar Bertone, oggi direttore tecnico dei tuffi azzurri, da sempre legatissimo alla famiglia Cagnotto, e intorno a lei si costruisce un vero team: con Francesca Dallapè al suo fianco e Giovanni Tocci che si allena a Bolzano. Nasce un clima nuovo, di squadra, che le restituisce freschezza mentale e la spinge verso l’apice.

Il punto più alto arriva a Rio 2016. Prima l’argento nel sincro con la Dallapè, che finalmente rompe il tabù della medaglia olimpica. Poi il bronzo dal trampolino 3 metri nell’ultima gara della carriera. Il suo cavallo di battaglia, il doppio e mezzo rovesciato, diventa il tuffo d’addio.

Prima di eseguirlo, si concede il lusso di fermarsi un istante e guardare lo stadio, per godersi il momento. Si dice: fallo solo per te, fai 80 punti. Ne arrivano 81, uno dei migliori tuffi di sempre, accompagnato da un boato da brividi. E, soprattutto, l’abbraccio con papà Giorgio: «finalmente».

Dalla pedana alle istituzioni: il futuro dei tuffi italiani

Oggi Cagnotto è vicepresidente della Federazione Italiana Nuoto e guarda ai tuffi da un’altra prospettiva. Il quadro che traccia sugli impianti è chiaro: in Italia, spiega, le piscine davvero funzionanti con impianti di tuffi completi sono solo tre. Molte altre strutture con trampolini e piattaforme esistono, ma sono abbandonate o in disuso.

Il suo obiettivo è provare a farle rinascere, soprattutto nel Sud, dove le richieste non mancherebbero. Tra le idee, quella di mandare in giro per il Paese allenatori qualificati per fare scouting e aiutare la nascita di nuovi club.

Intanto, guarda con soddisfazione al movimento. Le previsioni secondo cui, finita Tania, i tuffi sarebbero spariti in Italia si sono rivelate sbagliate. La nuova generazione, da Giovanni Tocci e Lorenzo Marsaglia a Chiara Pellacani e Matteo Santoro, continua a portare risultati. Un grande atleta, sottolinea, può trascinare tutto il movimento, soprattutto i giovani: lo si vede anche nel tennis con l’effetto Jannik Sinner.

Nel frattempo, il suo nome è entrato nel linguaggio comune: quando un calciatore accentua un contatto in area, tra amici o sui social scatta lo sfottò: «Ma chi sei, Tania Cagnotto?». Lei la prende con ironia e, anzi, ci vede un segnale positivo: se si scherza così, vuol dire che i tuffi sono un po’ più conosciuti.

Guardando avanti, non esclude un ritorno diretto a bordo vasca. Quando le figlie saranno più grandi, le piacerebbe mettersi in gioco come allenatrice. Con la stessa idea che oggi prova a trasmettere a Maya e Lisa: amare quello che si fa, impegnarsi anche quando è difficile, e trasformare gli errori in lezioni di vita.

Di Marco Franco

Sono un atleta e giornalista sportivo italiano, specializzato in CrossFit e fitness. Da molti anni mi occupo di studiare i metodi di allenamento più moderni, seguire gli eventi sportivi internazionali e condividere consigli sull'allenamento e su uno stile di vita sano.

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