Serie A, panchine senza pace: perché l’instabilità è diventata la norma

Nel calcio italiano la parola “progetto” viene ripetuta di continuo, ma le panchine continuano a saltare con una rapidità che smentisce ogni promessa di stabilità. L’editoriale di Corriere dello Sport fotografa una Serie A dove allenatori e presidenti parlano di cicli triennali, ma vivono in realtà stagioni “usa e getta”.

Allenatori di passaggio: il giro panchine che non si ferma mai

Fine maggio 2026: il quadro è chiaro, e tutt’altro che stabile. Antonio Conte saluta il Napoli dopo due stagioni, mentre Maurizio Sarri, rientrato alla Lazio solo da un anno, sceglie l’Atalanta. Due cambi in panchina che, da soli, basterebbero a raccontare quanto sia fragile qualsiasi progetto tecnico.

Nel frattempo Vincenzo Italiano, reduce da un secondo posto col Bologna, resta in attesa di capire come si muoverà il domino delle panchine, mentre a Firenze Paratici deve decidere se confermare Vanoli – arrivato solo a novembre – o virare su Grosso, pronto a lasciare il Sassuolo dopo appena dodici mesi.

La stessa precarietà si ritrova in una lunga serie di casi:

  • Palladino, firmato l’11 novembre dai Percassi, chiude già la sua breve esperienza a Bergamo.
  • D’Aversa, arrivato al Torino a febbraio, non ha la certezza della conferma.
  • Il futuro di Spalletti alla Juventus e quello di Allegri al Milan, al primo anno del “secondo ciclo”, non sono blindati: un “triciclo senza ruote”, come viene definito con ironia.

Anche in provincia la musica non cambia: Cuesta, che compirà 31 anni a luglio, non sa se resterà a Parma; gli allenatori di Lecce e Cremonese sono appesi all’ultima giornata; il Pisa saluta Hiljemark dopo soli quattro mesi; a Cagliari e Verona regna l’incertezza.

Poche isole felici: quando il risultato protegge il progetto

Poche isole felici: quando il risultato protegge il progetto

In questo mare di cambiamenti, le panchine davvero stabili si contano sulle dita di una mano. Chivu, forte di scudetto e Coppa Italia; Gasperini, con una probabile qualificazione in Champions; Fabregas, che ha portato il club alla prima storica presenza in Europa; e il Genoa, autore di una salvezza comoda e meritata. Anche qui, però, c’è un “ma”: tutto è stabile “sempre che De Rossi non decida di partire per altri lidi”.

La logica è spietata: “il bel calcio senza risultato non garantisce continuità, il risultato senza bel calcio sì, spesso”. Se un allenatore riesce a unire gioco e risultati, il rinnovo arriva “che è una meraviglia”, ma solo fino alla successiva caduta. L’idea di un ciclo lungo, condiviso e programmato, resiste più nelle conferenze stampa che nella realtà.

Chi invoca solo lo spettacolo dimentica un contesto in cui vuoti di cassa, limiti di mercato e pressioni dei tifosi pesano almeno quanto la qualità del gioco. Come ricorda l’editoriale, molti presidenti “non hanno i soldi per fare mercato, figuriamoci le idee”, mentre la tifoseria esercita un ruolo costante, “compreso nel cuore, nel biglietto e nell’abbonamento”.

La cultura del “vietato fallire” e la lezione (impossibile) di Jordan

In questo sistema, fallire un obiettivo non è più contemplato. Ogni piazzamento mancato, ogni coppa sfuggita, ogni serie di risultati negativi diventa motivo sufficiente per azzerare tutto: progetto, staff, idee. La panchina è il primo bersaglio, spesso l’unico.

L’editoriale chiude con un paragone illuminante: la celebre frase di Michael Jordan, “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri… Ho fallito molte, molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. Nel calcio italiano, si suggerisce con sarcasmo, uno con quel curriculum di errori non avrebbe mai avuto il tempo di vincere: sarebbe finito “a fare podcast” dopo pochi fallimenti.

In altre parole, in Serie A manca lo spazio per l’errore come parte del percorso di crescita. L’idea di un tecnico che sbaglia, impara, aggiusta e alla lunga costruisce qualcosa di duraturo è quasi incompatibile con l’ambiente. Un paradosso se si pensa che, ufficialmente, tutti parlano di “progetto”, “programmazione” e “ambizioni condivise”.

Cosa possiamo imparare da questa instabilità

Per tifosi, addetti ai lavori e appassionati, la fotografia è chiara: la Serie A vive di tensione costante tra la retorica del progetto e la realtà del risultato immediato. Le poche panchine stabili sono legate a successi tangibili; tutto il resto è un continuo ricominciare.

Per chi segue il campionato, questo significa leggere ogni estate (e spesso ogni inverno) un nuovo capitolo del “giro panchine”, sapendo che promesse di trienni e cicli lunghi valgono solo finché arrivano punti e qualificazioni. Capire questa dinamica aiuta anche a interpretare meglio le scelte dei club e il peso reale delle parole pronunciate in conferenza stampa.

In attesa che il sistema trovi un equilibrio diverso, la Serie A resta un campionato dove la vera costante è l’instabilità: una caratteristica che rende il torneo imprevedibile e mediaticamente vivace, ma che continua a presentare il conto quando si parla di crescita tecnica e continuità.

Di Marco Franco

Sono un giornalista sportivo italiano e atleta con esperienza nel mondo del CrossFit, del fitness e della preparazione fisica. Su Aurelia Sport News seguo calcio, sport internazionali, CrossFit, allenamento e stile di vita sano, con particolare attenzione alla condizione atletica degli sportivi, alla gestione dei carichi, al rendimento delle squadre e alle notizie più rilevanti del panorama sportivo. Unisco l’esperienza pratica nell’allenamento alla scrittura giornalistica per offrire analisi chiare, aggiornate e accessibili.

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